
La guerra non si capisce guardandola da uno schermo. Si capisce solo quando sei lì, quando incontri gli occhi di chi la sta vivendo: chi combatte, chi fugge, chi resta e raccoglie i pezzi. Oggi che le immagini di distruzione arrivano a raffica sui nostri telefoni, alternate a meme, gattini e stories di aperitivi, il rischio più grande è l’assuefazione. Lo shock diventa routine, l’orrore si consuma in pochi clic. E allora serve tornare a chiedersi, come fece Susan Sontag vent’anni fa: “Cosa facciamo davvero davanti al dolore degli altri?” Paolo Giordano, che da anni attraversa i fronti più caldi del nostro tempo (Ucraina, Israele, Palestina, Afghanistan, Siria, Iran, Mediterraneo), ha raccolto attorno a sé alcune delle voci italiane più vive e coraggiose del giornalismo di guerra contemporanea. Cecilia Sala (Chora), Annalisa Camilli (Internazionale), Daniele Raineri (il Post), Nello Scavo (Avvenire), Lorenzo Tondo (The Guardian), Margherita Stancati (The Wall Street Journal): ognuno porta il suo frammento di verità, il suo modo di entrare in contatto con le persone, di organizzare viaggi impossibili, di mediare tra il caos sul campo e un pubblico sempre più distratto e anestetizzato. Insieme raccontano cosa significa davvero fare questo mestiere oggi: come si trova una fonte affidabile quando tutti hanno paura, come si scrive un pezzo che non sia solo shock ma resti dentro, cosa va storto (quasi sempre) e cosa, a volte, funziona. “Scrive la guerra” non è un manuale. È una raccolta di storie drammatiche e profondamente umane, di analisi lucide e di domande scomode. Un libro che non offre risposte facili, ma ci costringe a guardare di nuovo, davvero, il dolore altrui e a chiederci cosa significa essere umani in mezzo all’inferno.
